Don Pierino

Don Pierino GelminiDon Pierino Gelmini, o molto più semplicemente “il Don”, o “Papà”, come affettuosamente lo chiamano le decine di migliaia di ragazze, ragazzi, bambini e bambine che, dal 13 febbraio 1963, hanno trovato nelle comunità, da lui aperte ovunque nel mondo, una casa, una famiglia, un luogo da cui riprendere il volo nella vita ama dire: “Per caso la Comunità è stata fondata da un prete, ma io non sono un prete per caso”, per sottolineare l’attenzione alla persona e difenderne la sacralità dalla profanazione degli interventi farmacologici o terapeutici che riducono la domanda di aiuto ad una risposta economica o istituzionale.

Prima di incontrare Alfredo e aprire, con lui e con i suoi amici, una pista nel deserto sociale, Don Pierino pensava di essere destinato alla carriera ecclesiastica, per occuparsi dei fedeli e della Chiesa nella sua normalità. La sua fede e la sua vocazione gli hanno aperto gli occhi all’incontro con questo ragazzo stracciato e capellone che è diventato per lui professore nell’università della strada.

L’incontro con Alfredo

Alfredo NunziRoma – piazza Navona – 13 febbraio del 1963.
Alfredo, un giovane della borgata romana mezzo sdraiato sui giardini della chiesa di Sant’Agnese smaltiva la sbornia del suo compleanno cercando di rimediare qualcosa da chi passava di là.
Don Pierino, giovane monsignore, segretario di un importante Cardinale del Vaticano, attraversava la piazza con documenti importanti per il Santo Padre. La sua carriera ecclesiastica era assicurata!
Alfredo, sporco e malconcio, lo apostrofa con piglio romanesco:
«A zi’ prete, damme ’na mano!».
Il monsignore non può certo sottrarsi – come ogni persona per bene – a mettere mano al portafoglio e sbrigare così la faccenda. Pronta la risposta: «Nun vojo soldi. Nun vedi che sto male?».
Il cuore è sempre quello e Don Pierino non può tirarsi indietro, e ancora una volta offre l’aiuto a chi sta male: «Su dai vieni che ti porto all’ospedale…».
Questa volta però la richiesta è più rassegnata ma più radicale: «Ce so stato tante volte all’ospedale… Eccomi qua!». Sembra dirgli «il mio male è dentro al cuore, nello spirito; non brucia il mio corpo, ma la mia anima».
Alfredo non cercava soldi, non cercava risposte istituzionali. «E quando gli ho detto – racconterà in seguito Don Pierino – “Vuoi venire a cada mia?” sul suo volto ho visto un pallido sorriso. Io gli offrivo delle cose, lui mi chiedeva una casa!».

L’incontro tra un ragazzo di strada, Alfredo Nunzi, e un monsignore del Vaticano, Don Pierino Gelmini, segna – il 13 febbraio del 1963 – l’inizio della Comunità Incontro.
Alfredo morirà, a 49 anni, nel luglio del 1992.

«Don Gelmini è buono come Dio.
Se penso a un esempio vivente di Cristo vedo lui,
un vero capo senza cui la comunità si disfa.»
— Don Giussani (Fondatore di Comunione e Liberazione)

La nascita della Comunità Incontro

Don Pierino Gelmini con Papa WojtylaChi ha avuto l’occasione di ricevere una mano da lui e dai suoi ragazzi, chi ha un figlio, un parente, un conoscente uscito dal tunnel della droga grazie alla Comunità Incontro, chi ha visto i centri comunitari e le strutture di Mulino Silla, realizzate in tutti questi anni, rimane impressionato per l’armonia e l’ordine che trasmettono. Agli inizi, tutti prendevano mons. Gelmini per un sognatore, un illuso, un prete pazzo che con un gruppo di hippies aveva preso possesso di un vecchio frantoio abbandonato, in Umbria, nei pressi di Amelia, in quella che non a caso era chiamata “valle delle streghe”, ma che oggi porta il nome significativo di “valle della speranza”.

Ma egli, forte di precedenti esperienze tra la gente delle miniere e i giovani della maremma e, in seguito, di una promettente carriera vaticana, in quel luogo traccia le prime indicazioni e formula le regole fondamentali della vita in comune. Quello che, in termini sociologici o burocratici, verrà poi chiamato “programma terapeutico”.

In un posto, dimenticato da tutti, il 27 settembre 1979 sorgeva così il primo nucleo di quella che, negli anni, sarebbe diventata una realtà di livello internazionale, fino ad avere un seggio all’ONU come Organizzazione non governativa. Oggi, Molino Silla è la casa madre e il centro operativo della Comunità Incontro, con 164 sedi residenziali in Italia e 74 sedi residenziali in altri Paesi (Spagna, Francia, Svizzera, Slovenia, Croazia; Thailandia; Bolivia, Costa Rica, Brasile; Stati Uniti [New York]; Israele [Gerusalemme]). In Italia può fare riferimento a 180 gruppi d’appoggio sparsi in tutto il Paese.

Nata nel 1963, e consolidatasi negli anni ’70-’80, la Comunità Incontro, come dice nel suo Statuto all’art.2, “ha per scopo sociale l’assistenza ai tossicodipendenti, alcolisti, anziani, portatori di menomazioni psichiche e fisiche ed a quanti siano emarginati, abbandonati od in particolari condizioni di necessità “, mentre all’art. 4 dice che “gli scopi della C.I. sono umanitari-sociali e culturali e pertanto non si faranno discriminazioni di razza, di religione, politiche o sociali, e l’elemento che accomuna è il totale rispetto dell’uomo”. Si tratta di centri di pre-accoglienza, di accoglienza, di formazione, scolastici, spirituali, sanitari, professionali, artigianali, agricoli, zootecnici, di attività marinara, per adolescenti, per bambini, per famiglie, per bambini della strada, “porte aperte”. Tuttavia, lo stile di vita e le regole sono uguali in tutte le parti del mondo, fatte salve le elementari esigenze determinate dalle diverse condizioni climatiche, culturali ed ambientali. La Comunità Incontro è aperta a tutti: ai tossicodipendenti, ai volontari, ai giovani, alle famiglie, ma anche a gruppi o singole persone che si propongono di vivere con i fatti un’intensa esperienza di condivisione con la vita di chi ha rischiato di perderla.

Con un turnover residenziale annuale nei centri italiani di ca. 12.000 persone (ingressi in comunità dal 1990 al 2002: 126.624 / tot. giornate residenziali in Italia 1990-2002: 13.140.000 / movimento annuale residenti in Italia e all’estero 15.500-20.000), in oltre 40 anni di attività si calcola che siano passate attraverso i suoi Centri, sia per un intero programma come per un periodo di qualche giorno, circa 300.000 persone.

In una registrazione intitolata, “Io ho un sogno”, di quegli anni, difficili ma carichi di entusiasmo, durante i quali si mangiava quasi ogni giorno pane, mortadella e mele, Don Pierino spiega come vedeva il futuro della comunità. In quel periodo, forte di precedenti esperienze tra la gente delle miniere e i giovani della maremma, traccia le prime indicazioni e formula le regole fondamentali della vita in comune. Quello che, in termini sociologici o burocratici, verrà poi chiamato “programma terapeutico”.

Anche chi scrive questo testo per la pagina web possiede la preziosa esperienza di essere stato accolto in comunità dal “Don”, diversi anni fa, di essere stato aiutato ad uscire dall’inferno della droga, e di essersi formato una famiglia e costruito un lavoro professionalmente soddisfacente. Quello che dalla comunità ho imparato, al di là delle teorie, è che a distanza di 40 anni il sistema che vince veramente è sempre:

«VIENI CON ME, TI PORTO A CASA MIA»

ONG associata al Dipartimento di Pubblica Informazione delle Nazioni Unite