“La rabbia che non si vede”


La Comunità Incontro Onlus Molino Silla di Amelia ancora in prima fila con il progetto di ricerca “La rabbia che non si vede”, promosso dal centro pediatrico interdipartimentale per la psicopatologia da web della Fondazione Policlinico universitario Gemelli di Roma. Il progetto, presentato questa mattina presso la hall del policlinico Gemelli, ha come obiettivo quello di rilevare indicatori precoci di rischio sulle nuove psicopatologie emergenti in età infantile e in adolescenza, attraverso la somministrazione di test che misurano l’aggressività nei minori.  Il progetto di ricerca, che durerà due anni, è svolto in collaborazione con la Federazione italiana medici pediatri (Fimp) di Roma, e sostenuto da Comunità Incontro Onlus, in collaborazione con la fondazione Valeur  Foundation, da sempre attive nella prevenzione e nella cura delle dipendenze patologiche, con il patrocinio dell’Associazione nazionale presidi (Anp) e della Onlus “Tra gioco e realtà”.

“Appena ci è stato proposto il progetto di ricerca ‘La rabbia che non si vede’ – spiega Giampaolo Nicolasi, responsabile di struttura della Comunità Incontro, intervenuto alla presentazione – non abbiamo esitato ad aderire perchè crediamo che con questo innovativo  approccio di studio si possano fare importanti passi in avanti riguardo alla prevenzione delle nuove psicopatologie in età infantile ed adolescenziale. Vogliamo sostenere  ed essere vicini allo psichiatra Federico Tonioni, responsabile del progetto di ricerca. La prevenzione è importante per rendere migliore il futuro dei bambini e dei ragazzi. E’ importante anche che i giovani siano consapevoli e sappiamo gestire le proprie emozioni”.

La responsabile dell’equipe degli psicologi della Comunità Incontro, Tania Fontanella, ha voluto invece puntualizzare: “Questa collaborazione iniziata tra la Comunità Incontro e  i Gemelli è importante non solo per parlare di ‘rabbia’ interiore, ma anche per affrontare altri temi legati anche alle dipendenze. Fondamentale anche la formazione continua in questo particolare momento in cui la Comunità Incontro accoglie tutte le nuove dipendenze: internet, ritiro sociale, cyberbullismo”.

Il progetto di ricerca “La rabbia che non si vede” è strutturato attraverso la somministrazione di un test che misura l’uso e le funzioni dell’aggressività. I test sono stati elaborati e differenziati per cinque fasce di età: 0- 2 anni, 3-5, 6-7, 8-10 e 11-14.  In età prescolare, quindi da 0 a 6 anni di età, i questionari verranno somministrati ai genitori. In questa fascia la capacità del bambino di trovare spazio verrà indagata attraverso domande sulla relazione madre-figlio e sulle modalità di gioco. Nell’età che va dai 6 ai 10 anni il questionario potrà essere somministrato direttamente al bambino e solo laddove non fosse possibile verrà considerato l’ausilio dei genitori. In questa età la gestione della rabbia verrà indagata attraverso domande che sondano la relazione con i pari, il gioco e la tolleranza alle regole. Dagli 11 ai 14 anni verrà osservata la percezione di sé, la percezione delle regole e la socialità. Ogni domanda del questionario è a risposta multipla e prevede cinque possibilità. La siglatura del questionario calcola un punteggio totale e due punteggi parziali: uno per l’aggressività e l’altro per la socialità. Tali punteggi sono inseriti in quattro fasce di rischio. Incrociando questi punteggi si otterranno dei rischi bassi, intermedi o alti. Data la precoce età di somministrazione ogni questionario verrà somministrato per almeno due anni consecutivi all’interno del controllo pediatrico di routine da parte dei medici della Fimp di Roma, in modo da poter monitorare l’andamento senza dover necessariamente medicalizzare in età precoce.

“Fin da piccoli – spiega il responsabile del progetto Federico Tonioni,  psichiatria al Policlinico Gemelli – i bambini apprendono dall’esperienza grazie a un istinto primario che promuove l’esplorazione dell’ambiente e la ricerca di relazioni. Questa spinta irrefrenabile rappresenta una sana forma di aggressività, si esprime attraverso il movimento e la capacità di vivere le emozioni, ed è la stessa che induce un bambino a camminare e un adolescente a uscire di casa per la prima volta da solo. Il progetto ‘La rabbia che non si vede’  riteniamo possa avere un ruolo decisivo anche nei disturbi dell’apprendimento, perché compromette l’autostima e la capacità dei bambini di credere in se stessi, nonostante siano dotati di un nuovo profilo cognitivo”.